venerdì 20 maggio 2011

La testimonianza di un giovane pakistano scappato dalla Libia e accolto a Como.

Era il 24 febbraio scorso ad al-Zawia, città a circa 50 chilometri ad ovest di Tripoli. Fu allora
che iniziò la repressione. Le truppe fedeli al Colonello Gheddafi, lanciarono una pesante
offensiva contro la città, per stroncare sul nascere le rivendicazione dei ribelli. Ci furono
pesanti bombardamenti seguiti da un’offensiva di terra che portò l’esercito a ripredere il
controllo della città. “Sono stati giorni di scontri intensi. Ricordo di essere rimasto per tre giorni
e tre notti senza poter mettere piede fuori casa, perché per le strade si continuava a sparare.
Al terzo giorno ero ormai rimasto senza cibo ne acqua”. A parlare è Imran, 27 anni, pakistano.
Racconta la sua storia davanti ad un piatto di pollo al cherry e verdure. Una cena tipica
pakistana consumata insieme ad altri quattordici suoi connazionali e ad alcuni volontari della
Caritas di Como. Tutti seduti attorno al grande tavolo del refettorio allestito all’interno
dell’Istituto Missioni Africane di Rebbio. Imran è uno dei giovani arrivati a Como la scorsa
settimana, tramite la Prefettura, e accolti grazie alla collaborazione di Caritas, missionari
comboniani e Acli. Al primo piano della palazzina di Rebbio è stato allestito un piccolo
dormitorio con quindici letti e una stanza per i volontari che assicurano la presenza durante la
giornata e nelle notti. Nella stessa stanza anche un piccolo spazio riservato alla preghiera degli
ospiti, tutti musulmani. Accanto una piccola cucina, dove è appena stata preparata la cena.
“Dopo i primi giorni ci siamo attrezzati perché fossero loro a cucinare”, ci spiega Roberto
Bernasconi, direttore della Caritas diocesana, che aggiunge: “non solo perché tra loro abbiamo
scoperto esserci un cuoco, ma anche perché il poter riscoprire i sapori e i profumi della propria
terra è un modo per superare le difficoltà di questi giorni con lo spasamento per essere arrivati
in un posto nuovo senza conoscere la lingua e con l’incertezza circa il proprio futuro”. Seduti a
tavola, Imran continua a raccontare la sua storia di lavoratore pakistano in Libia, Paese in cui
era arrivato da circa quattro anni in cerca di lavoro. “Io sono laureato in informatica – racconta
il giovane - ma in Libia per il momento ero impiegato in una grande impresa di costruzioni
coreana”.
“In Libia – confessa – stavo bene e, sinceramente, non avevo mai pensato alla possibilità di
arrivare un giorno in Italia”. La sua storia, come quella di tutti i suoi connazionali presenti a
Rebbio, cambia però radicalmente con l’inizio della guerra. “Quando i combattimenti in città
sono cessati – continua – senza pensarci due volte sono scappato verso Tripoli dove vivevano
alcuni amici. Dopo alcune settimane, quando la situazione sembrava più tranquilla sono
tornato ad al-Zawia”. Arrivato in città, dove l’esercito aveva ripreso il controllo della situazione,
Imran si accorge della violenta repressione messa in atto dai militari e dai gruppi di mercenari
assoldati da Gheddafi. “Durante la mia assenza – racconta – hanno fatto irruzione nel mio
palazzo come in molte altre case, in cerca dei ribelli. Al mio vicino di casa hanno spaccato
entrambe le gambe. Quando ho visto cosa avevano fatto ho deciso che non sarei rimasto un
giorno di più. Ho preso il mio computer, i soldi, il passaporto e qualche vestito e sono scappato
verso Tripoli”. Lungo la strada, però, il giovane si imbatte nei militari che presidiano tutte le vie
di accesso alla capitale. “Ad un posto di blocco – spiega Imran – sono stato fermato e i militari
hanno preteso che gli consegnassi il mio computer, i soldi e anche il passaporto. Poi mi hanno
lasciato andare”. Imran si trova così a Tripoli senza più documenti e soldi. Deciso, però, a
partire. “Con alcuni connazionali – racconta – abbiamo iniziato ad informarci per capire come
avremmo potuto scappare dalla Libia. Dopo alcuni giorni di ricerche lungo i vari porti della
costa abbiamo trovato una nave che stava per partire per l’Italia”.
Era il 18 aprile scorso e all’alba, Imran, pagati i mille dinari richiesti (circa 500 euro), sale sulla
nave che nel giro di ventiquattro ore, lo porterà in Italia. Il giovane era solo perché i suoi amici
hanno preferito restare a Tripoli o provare a rientrare in Pakistan. Il giovane Imran, invece,
dopo una giornata intera in mare è arrivato a Lampedusa.
“Da lì - continua il racconto – siamo stati trasferiti verso Bari, dove siamo arrivati dopo due
giorni di navigazione. Lì abbiamo soggiornato in una tendopoli prima che ci trasferissero qui a
Como. Non finirò mai di ringraziate quanti ci stanno dando una mano. Noi nel nostro piccolo
facciamo quello che possiamo per collaborare e cerchiamo di renderci utili ai padri comboniani.
La collaborazione con loro e con i volontari è davvero bella”. A differenza dei cittadini arrivati
dalla Tunisia nelle scorse settimane ed accolti nel centro di Tavernola e nella casa di via
Domenico Pino, a cui è stato rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi, i
pakistani provenienti dalla Libia sono stati accolti come richiedenti asilo politico perché in fuga

dalla guerra. “Nei giorni scorsi – racconta il giovane – siamo stati ricevuti in questura dove
abbiamo raccontato la nostra storia e fatto domanda per l’asilo politico. Sappiamo che la
procedura sarà lunga ma speriamo che possa esserci per noi la possibilità di rimanere in Italia.
Molti di noi sono laureati, persone che in Libia avevano un lavoro stabile. Purtroppo la guerra
ha rovinato tutto. Chiediamo solo una possibilità. Sappiamo che la questione è politica ma
speriamo si possa trovare una soluzione”.

Michele Luppi

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