domenica 30 novembre 2025


 Nablus è l’incontro con la speranza. Una speranza palestinese, un po’ amara e un po’ farraginosa. 

La città vecchia di Nablus è meravigliosa, elegante, passeggeremo per il centro una sera di inizio novembre con Abed, un volontario di Human Supporters Association (HSA). Lui è innamorato della sua città e ci trasmette questa passione. Mentre facciamo il giro si ferma davanti a una porta, e ci racconta di un episodio avvenuto qualche anno prima in cui dalla casa vicina i militari israeliani avevano sparato ed ucciso un bambino colpevole di star giocando sul terrazzo di casa sua. Mentre sta raccontando questa storia arriva per caso il padre del bambino, la storia diventa viva, si colora di emozioni.

Il giorno dopo andiamo al campo profughi New Askar. Abbiamo un appuntamento con Mohammad. Faremo una lunga chiacchierata in cui le cose ascoltate al Dheisha Camp ritornano, forse qui un po’ più drammatiche, il numero di morti ammazzati dall’IDF è alto, ogni giorno c’è un morto, il giorno prima della nostra visita un ragazzo è stato ammazzato. La zona di Nabuls è anche questo, è stato per lungo tempo il cuore della resistenza palestinese, in particolare il campo profughi di Jenin a pochi chilometri a nord dalla città. Ad aiutarmi a capire cosa sta succedendo in Palestina è stato un libro “Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa. Mentre parliamo Mohammad ci chiede se vogliamo andare a vedere cos'è rimasto di Jenin. A me non sembra vero, così saltiamo in macchina e ci dirigiamo a Jenin. Nel campo non si può entrare, le strade sono state distrutte, il campo è stato evacuato, adesso ci sono i militari israeliani che fanno i cecchini con chiunque tenti di tornare a prendere gli oggetti personali, Jenin viene usato come campo di addestramento per i militari dell’IDF. 

A stemperare i pensieri ci pensa Mohammad, mentre stiamo tornando a Nablus ci organizza una sorpresa. Arrivati al New  Askar camp ci sono delle bambine che con costumi tipici palestinesi metteranno in scena uno spettacolo di dabke (tipica danza palestinese). Un momento bello e tenero, anche se mi sono sentito in imbarazzo. Ancora una volta le mie origini mi hanno assicurato un immeritato privilegio. 

La nostra permanenza in Palestina è ormai alla fine, quindi ci concediamo un lusso. Durante la passeggiata del primo giorno a Nablus la nostra guida, Abed, ci aveva consigliato un antico bagno romano, decidiamo che è arrivato il momento di sperimentarlo. Nel bagno siamo soli, un lusso nel lusso, sono previsti diversi trattamenti, all’inizio veniamo adagiati su una pietra rovente, poi quando siamo ben cotti ci passano nella sauna, usciti dalla sauna scrabbano tutto il corpo, poi la doccia e un piacevole bagno in acque termali, per finire con un massaggio rigenerante. Insomma l'apoteosi della goduria. Preso da un raptus di pulizia e ordine Davide deciderà di farsi fare barba e diciamo capelli, quindi lo abbandoniamo al suo destino, lo incontreremo qualche ora dopo felice come un bambino in un negozio di frutta secca a mangiare noci con dei locali.

A Nabuls siamo stati coccolati. A chi mi chiedeva cosa stessi andando a fare in Palestina ho spesso risposto che andavo per motivi gastronomici, adoro la loro cucina. Nablus è la città dove dicono si faccia la migliore knefe, un dolce a base di formaggio, pistacchi e miele che da quando l’ho scoperto non riesco più a farne a meno. Quindi costringo i miei compagni di viaggio ad andare a mangiarla. 

Ultimo giorno in Palestina, ci svegliamo, prepariamo gli zaini, e andiamo a prendere il bus che ci dovrà portare a Ramallah. Prima di partire non vogliamo fare uno spuntino a base di knefe e bere del buon caffè? Così, per altro senza troppa resistenza, convinco Chiara e Davide ad andare a fare colazione. 

Mentre stiamo andando al caffè incontriamo un signore anziano, italiano palestinese che vive 6 mesi all’anno a Pesaro e gli altri a Nablus. Nella chiacchierata ci chiede se abbiamo visitato il cimitero degli italiani di Nablus. Ci guardiamo stupiti “cimitero degli italiani?” Scopriamo che gli italiani sono in realtà gli antichi romani. L’intuizione avuta a Tuwani su come risolvere il conflitto Israelo-Palestine trova una conferma. Se infatti gli israeliani hanno diritto a riprendersi le terre palestinesi sulla base di una ragione storica, allora noi italiani in quanto discendenti dei romani abbiamo il diritto di riprenderci tutto e imporre la famosa pax romana.

Raggiungiamo Ramallah e poi la frontiera che porta a Gerusalemme. Il confine di Qalandia è serio, vuoto, cupo, in qualche misura però rassicurante, finché c’è un confine tra Israele e Palestina, c’è la Palestina. 

Reportage Palestina (link)